segue da Dicembre 2011
PA. È proprio in questo aspetto “linguistico” che possiamo misurare la grandezza di autori come Nino Rota o Ennio Morricone, autori cui certo non mancava una solida preparazione classica. Sicuramente Piccioni può essere posto accanto a questi mostri sacri, allo stesso livello e senza timore di sfigurare. Ne è prova proprio il suo determinante sodalizio con Sordi, al quale ho voluto rendere omaggio con “Storia di un romano”, una suite che ricomprende vari brani tratti da diversi film di e con Alberto Sordi.
MM. Una suite che è anche, indirettamente, un omaggio a una grande stagione del cinema italiano.
PA. Non c’è dubbio. Una stagione che è parte della nostra memoria individuale e collettiva. L’espressione del signor Alberti che, appena fuggito da una clinica, in pigiama, all’interno di un ascensore, accetta definitivamente l’idea di dover vendere una parte del proprio corpo, è di quelle che non si dimenticano. E cosa dire dell’Albertone che, buttato fuori da un’elegante locale della Versilia, ubriaco, prende a sputare sulle macchine che transitano ignare.
Se il “sordismo”, mi si perdoni l’espressione, è stato usato da qualche ottenebrato a mo’ di insulto (“vi meritate Alberto Sordi”), vale la pena ricordare che è sempre riduttivo imputare all’artista la pochezza dell’epoca presente, anzi, come afferma Kraus, sarebbe vero il contrario: “con la satira rendo grande la gente mediocre”.
Sordi rappresenta per noi italiani post-guerra (e ancor più per i romani) una vera e propria “categoria dello spirito”. Per anni i mutamenti sociali o di costume venivano scanditi dall’uscita dell’ultimo film di Sordi; addirittura varie fasi della vita sono state impersonate, spesso impietosamente, dalla maschera di Albertone, vedi il filone che inizia con Il seduttore, e prosegue con Lo scapolo, Il marito, e da ultimo, Il vedovo. E poi c’è la musica. E questa volta a differenza dell’a-musicale Fellini, la musica è proprio di casa. Il padre di Sordi era strumentista del Teatro dell’Opera, Alberto stesso aveva studiato da basso e non è un caso se, nel film Il moralista, Sordi si rivolge al padre contrabbassista, defunto, dialogando con lo strumento musicale.
MM. E qui arriviamo a Piero Piccioni, alla qualità “cinematografica” della sua musica.
PA. Infatti. La musica di Piero Piccioni è riuscita a dare il cosiddetto “tocco finale” alle varie situazioni, esilaranti o no, presenti nei film. A fare in modo che la comicità dirompente di Sordi, le sue memorabili battute ma anche i momenti drammatici, avessero un “suono” nuovo, accattivante ed elegante al tempo stesso. I temi musicali di Piccioni sono strettamente legati ai personaggi e alle loro traversie; essi sono “mediati”, vale a dire generati dal personaggio-evento. Egli riesce a svolgere una funzione particolarmente suggestiva, quasi “persuasiva” nei confronti dello spettatore. Basti pensare alle immagini iniziali del film Il boom: da un coacervo indistinto di automobili e suoni di clacson (scena che tra l’altro compare, sotto le sembianze di un incubo, anche all’inizio di Otto e mezzo di Fellini) emerge con prepotenza il tema principale, caratterizzato da un andamento vagamente dixie. Su questa frase s’inserisce poi un’ improvvisa sincope che, oltre a riportare la musica nel territorio del “grottesco”, serve anche a preparare l’elegante chiusa. Questo tema caratterizzerà le varie vicissitudini del personaggio, e farà da sottofondo, enunciato dalle movenze sinuose del sassofono tenore, alla disperata richiesta di aiuto rivolta da Sordi ad un interlocutore che, neanche a dirlo, non troverà di meglio che addormentarsi. Le musiche più conosciute della produzione di Piccioni si riferiscono comunque all’aspetto più prorompente e spavaldo dei personaggi di Sordi. Piccioni è riuscito a mescolare sapientemente elementi eterogenei: bandistici e d’avanspettacolo nella Marcia di Esculapio del film Il medico della mutua; o d’ispirazione latino-americana nel brano Rugido do leao del film Finché c’è guerra c’è speranza, riuscendo sempre a ricreare perfettamente le movenze dei personaggi. Non è un caso se ho inserito anche il finale di Fumo di Londra: qui le atmosfere create dalla canzone Breve amore, espressione di rassegnata consapevolezza non esente da un velato rimpianto, conferiscono alle ultime scene del film una valenza particolare. Non a caso i versi di questa canzone, scritti dallo stesso Sordi recitano: “Goodbye my love, anche se parti da me, il nostro breve incontro non scorderò…”
MM. Traspare dalle tue parole un profondo amore per quei film.
PA. Diciamo un profondo amore per il cinema. Un amore che condividiamo anche con altri musicisti della nostra Banda, e che ci ha portato ad eseguire diverse colonne sonore sia arrangiate del Maestro Narduzzi che trascritte da me come Felliniana di cui parleremo.
MM. Del resto senza una grande passione sarebbe stato impossibile trascrivere ad orecchio, come hai fatto tu, vedendo i film senza leggere le partiture originali. Vi sono state difficoltà nell’adattamento bandistico?
PA. Assolutamente no. Sicuramente la Banda si adatta benissimo alle musiche felliniane ma possiamo dire che anche il particolare clima evocato dalle musiche di Piccioni trova terreno fertile nell’organico bandistico e non si perde niente della forza della strumentazione originale.