Inno di Garibaldi 6/6
Molti altri canti vennero scritti nel periodo risorgimentale tra i quali l’Inno di Garibaldi.
Garibaldi, alla vigilia della partenza per Quartu, ovvero il 5 maggio 1860, alloggiava presso Villa Spinola. Lo andò a trovare Giuseppe Bandi che poi partecipò alla Spedizione dei Mille. Questi, nell’avvicinarsi alla villa ,sentiva cantare festosamente da Garibaldi e da suo figlio Menotti “Fratelli d’Italia” ed un altro canto appositamente scritto per il prossimo evento da Luigi Mercantini (1821-1872), marchigiano di Ripatransone (As) paese dove c’è il più stretto vicolo d’Italia e dove oggi c’è un bel teatro a lui intitolato.
Più conosciuto come autore della “Spigolatrice di Sapri”, Mercantini stese il testo dell’Inno di Garibaldi, poi musicato Alessio Olivieri, capobanda della brigata Savoia. Il testo è un po’ retorico, ma Garibaldi pensò potesse adatto per i soldati che l’indomani si sarebbero dovuti imbarcare per la grande impresa di liberazione italiana e l’avrebbero potuta cantare per sciogliere la tensione.
Ufficialmente fu eseguito per la prima volta il 31 dicembre 1858 alla presenza di Garibaldi e Nino Bixio.
ALL’ARMI! ALL’ARMI!
Si scopron le tombe, si levano i morti
i martiri nostri son tutti risorti!
Le spade nel pugno, gli allori alle chiome,
la fiamma ed il nome d’Italia nel cor:
corriamo, corriamo! Sù, giovani schiere,
sù al vento per tutto le nostre bandiere
Sù tutti col ferro, sù tutti col foco,
sù tutti col nome d’Italia nel cor.
Ritornello
Va’ fuori d’Italia,
va’ fuori ch’è l’ora!
Va’ fuori d’Italia,
va’ fuori o stranier!
La terra dei fiori, dei suoni e dei carmi
ritorni qual’era la terra dell’armi!
Di cento catene le avvinser la mano,
ma ancor di Legnano sa i ferri brandir.
Bastone tedesco l’Italia non doma,
non crescono al giogo le stirpi di Roma:
più Italia non vuole stranieri e tiranni,
già troppi son gli anni che dura il servir.
Ritornello
Le case d’Italia son fatte per noi, *)
è là sul Danubio la casa de’ tuoi;
tu i campi ci guasti, tu il pane c’involi,
i nostri figlioli per noi li vogliam.
Son l’Alpi e tre mari d’Italia i confini,
col carro di fuoco rompiam gli Appennini:
distrutto ogni segno di vecchia frontiera,
la nostra bandiera per tutto innalziam.
Ritornello
Se ancora dell’Alpi tentasser gli spaldi,
il grido d’allarmi darà Garibaldi,
e s’arma -allo squillo che vien da Caprera-
dei Mille la schiera che l’Etna assaltò.
E dietro alla rossa avanguardia dei bravi
si muovon d’Italia le tende e le navi:
già ratto sull’arma del fido guerriero,
l’ardito destriero Vittorio spronò.
Ritornello
Per sempre è caduto degli empi l’orgoglio
a dir: Viva l’Italia, va il Re in Campidoglio!
La Senna e il Tamigi saluta ed onora
l’antica signora che torna a regnar.
Contenta del regno, fra l’isole e i monti,
soltanto ai tiranni minaccia le fronti:
dovunque le genti percota un tiranno,
suoi figli usciranno per terra e per mar!
Bibliografia:
“Fratelli d’Italia, la vera storia dell’inno d’Italia” di Tarquinio Maiorino/Giuseppe Marchetti Tricamo/Piero Giordana ed. Mondadori, 2002
“Poetà di libertà” di Nino Mameli ed. Bruno Boggero, 1982 (romanzo per ragazzi)