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Storia de ‘Il canto degli italiani” - Inno di Garibaldi 6/6

giovedì, 1 luglio 2010

Inno di Garibaldi 6/6

Molti altri canti vennero scritti nel periodo risorgimentale tra i quali l’Inno di Garibaldi.

Garibaldi, alla vigilia della partenza per Quartu, ovvero il 5 maggio 1860, alloggiava presso Villa Spinola. Lo andò a trovare Giuseppe Bandi che poi partecipò alla Spedizione dei Mille. Questi, nell’avvicinarsi alla villa ,sentiva cantare festosamente da Garibaldi e da suo figlio Menotti “Fratelli d’Italia” ed un altro canto appositamente scritto per il prossimo evento da Luigi Mercantini (1821-1872), marchigiano di Ripatransone (As) paese dove c’è il più stretto vicolo d’Italia e dove oggi c’è un bel teatro a lui intitolato.

Più conosciuto come autore della “Spigolatrice di Sapri”, Mercantini stese il testo dell’Inno di Garibaldi, poi musicato Alessio Olivieri, capobanda della brigata Savoia. Il testo è un po’ retorico, ma Garibaldi pensò potesse adatto per i soldati che l’indomani si sarebbero dovuti imbarcare per la grande impresa di liberazione italiana e l’avrebbero potuta cantare per sciogliere la tensione.

Ufficialmente fu eseguito per la prima volta il 31 dicembre 1858 alla presenza di Garibaldi e Nino Bixio.

ALL’ARMI! ALL’ARMI!

Si scopron le tombe, si levano i morti
i martiri nostri son tutti risorti!
Le spade nel pugno, gli allori alle chiome,
la fiamma ed il nome d’Italia nel cor:
corriamo, corriamo! Sù, giovani schiere,
sù al vento per tutto le nostre bandiere
Sù tutti col ferro, sù tutti col foco,
sù tutti col nome d’Italia nel cor.

Ritornello
Va’ fuori d’Italia,
va’ fuori ch’è l’ora!
Va’ fuori d’Italia,
va’ fuori o stranier!

La terra dei fiori, dei suoni e dei carmi
ritorni qual’era la terra dell’armi!
Di cento catene le avvinser la mano,
ma ancor di Legnano sa i ferri brandir.
Bastone tedesco l’Italia non doma,
non crescono al giogo le stirpi di Roma:
più Italia non vuole stranieri e tiranni,
già troppi son gli anni che dura il servir.

Ritornello
Le case d’Italia son fatte per noi, *)
è là sul Danubio la casa de’ tuoi;
tu i campi ci guasti, tu il pane c’involi,
i nostri figlioli per noi li vogliam.
Son l’Alpi e tre mari d’Italia i confini,
col carro di fuoco rompiam gli Appennini:
distrutto ogni segno di vecchia frontiera,
la nostra bandiera per tutto innalziam.

Ritornello

Se ancora dell’Alpi tentasser gli spaldi,
il grido d’allarmi darà Garibaldi,
e s’arma -allo squillo che vien da Caprera-
dei Mille la schiera che l’Etna assaltò.
E dietro alla rossa avanguardia dei bravi
si muovon d’Italia le tende e le navi:
già ratto sull’arma del fido guerriero,
l’ardito destriero Vittorio spronò.

Ritornello

Per sempre è caduto degli empi l’orgoglio
a dir: Viva l’Italia, va il Re in Campidoglio!
La Senna e il Tamigi saluta ed onora
l’antica signora che torna a regnar.
Contenta del regno, fra l’isole e i monti,
soltanto ai tiranni minaccia le fronti:
dovunque le genti percota un tiranno,
suoi figli usciranno per terra e per mar!

Bibliografia:

Fratelli d’Italia, la vera storia dell’inno d’Italia” di Tarquinio Maiorino/Giuseppe Marchetti Tricamo/Piero Giordana ed. Mondadori, 2002

Poetà di libertà” di Nino Mameli ed. Bruno Boggero, 1982 (romanzo per ragazzi)

Storia de ‘Il canto degli italiani” Il compositore 5/6

martedì, 1 giugno 2010

michele_novaro1

Michele Novaro (Genova, 23 dicembre 1822 - Genova, 21 ottobre 1885)

Novaro aveva studiato composizione e canto e lavorava presso i teatri Regio e Carignano come tenore e maestro di cori. Entrambi i genitori avevano rapporti con l’ambiente teatrale: la madre, Giuseppina Canzio era sorella di un pittore e scenografo teatrale mente il padre, Gerolamo, lavorava come macchinista presso il Teatro Carlo Felice. Mameli aveva inizialmente pensato all’adattamente di musiche esistenti per il suo inno rivolgendosi a due genovesi, Magioncalda e Nosella, ma non rimanendo soddisfatto fece pervenire i versi patriottici a Torino, nelle mani di Novaro, tramite l’amico Ulisse Borzino. Questi ne fu subito entusiasta e provocò ad abbozzarne subito una melodia che non fu la versione finale perchè ne seguirono delle altre. Mentre oggi l’inno in 4/4 in Sib viene considerato fin troppo semplicistico, ad una riunione in cui Novaro invitò amici per farlo ascoltare, questo fu largarmente apprezzato così come la personale aggiunta di porre “Sì” alla fine dell’ultimo verso, ancora oggi eseguito. Oltre ad altre opere di spirito patriottico, si ricorda di lui l’organizzazione di un concerto vocale e strumentale, a cui parteciparono anche quattro bande musicali, al Teatro Carlo Felice per raccogliere fondi per la spedizione dei Mille, concerto durante il quale lìiino fu ripetuto numerose volte.

Novaro non guadagnò nulla dalla più celebri delle sue composizioni e dedicandosi all’insegnamento, una volta tornato a Genova dopo l’unificazione d’Italia, concluse la sua vita malato e senza un soldo. I suoi ex allievi gli eressero un monumento funebre nel cimitero di Staglieno accanto a Giuseppe Mazzini.

L’epigrafe:

“Artefice di possenti armonie,

onde ebbe Italia quel canto

che ridestando nel cuore degli oppressi

la coscienza dell’antico valore

preluse alla riscossa d’un popolo

e ne accompagnò l’omeriche lotte

dall’Alpi alle terre dei Vestri”

F.to Arrigo Boito

Storia de ‘Il canto degli italiani” Il poeta (2) 4/6

sabato, 1 maggio 2010

Tornato a Genova, fondò un giornale, “Diario del Popolo”, ma la sua attività nuocette al padre che fu messo a riposo obbligatorio. Dopo aver incontrato Garibaldi, la lotta cominciò a fervere a Roma e così si spostò verso la capitale dove Pio IX, che prima era sembrato difensore degli ideali italiani, aveva abbandonati i patrioti a loro stessi rifugiandosi presso i Borboni.

Dopo le battaglie di Palestrina,Velletri ed Anagni perse il cavallo e gli fu rubato il mantello, per cui arrivò febbricitante a Roma. Le battaglie, allora, erano prettamente fisiche, fatte di scontri con sciabole e baionette per cui la salubrità fisica era indispensabile per la riuscita degli assalti. Pur non in forza, Mameli scese in campo nel battaglione del primo reggimento che cercava di resistere ai Francesi a Villa Corsini sul Gianicolo. Non sono chiare le modalità: forse una baionetta di un bersagliere o forse una pallottola amica, Mameli fu ferito ad una gamba. Portato all’ospedale deli Pellegrini, le sue condizioni, che inizialmente non sembrarono così gravi, peggiorarono. Forse la garza che conteneva la polvere da sparo, forse cure non adatte, portarono alla cancrena. Si dovette procedere all’amputazione della gamba per la quale Mameli non era d’accordo e neppure la promessa di tagliarla al di sotto del ginocchio per poter continuare a cavalcare, si potè mantenere. All”intervento effettuato il 19 giugno, seguirono giorni di agonia alleviati solo dalla presenza di Adele, il secondo amore della sua breve vita. A nulla valse l’applicazione delle sanguisughe per fare abbassare la pressione, poiché continuarono il tormento della sete, i rapidi passaggi dal caldo al freddo. Alle sette e mezzo del mattino del 6 luglio, Goffredi Mameli, il poeta con la sciabola, si spense. Il caso volle che proprio quel giorno fosse diramato un divieto per i volontari della Repubblica romana di poter rientrare nel Regno di Sardegna con particolare riferimento a Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Nino Bixio e Goffredo Mameli. Quando il padre di Mameli si recò a Roma per riavere le spoglie del figlio, i francesi gliele negarono, ma probabilmente proprio perchè non si sapeva dove fosse.

Il chirurgo che l’aveva curato, dopo la sepoltura in Santa Maria in Monticelli, vicina all’ospedale dove era ricoverato, l’aveva fatto trasportare in quella delle Stimmate con l’accortezza di far apporre la targa metallica con il nome solo all’interno della cassa.

L’esumazione avvenne il 9 giugno 1872, quando il padre era ormai morto già da un anno e si poterono finalmente tenere i funerali durante il quale migliaia di persone intonarono “Fratelli d’Italia” . Le sue spoglie furono portate al Verano e nel 1940 nuovamente traslate nell’Altare della Patria. L’ultimo viaggio, però, avvenne il 3 novembre 1941, quando, fu riportato sul Gianicolo, laddove cadde, in un mausoleo-ossario dove riposano i corpi dei legionari italiani e stranieri che caddero per la difesa di Roma e di tanti romani, come Angelo Brunetti detto Ciceruacchio, morto il 10 agosto 1849 fucilato con il figlio Lorenzo tredicenne. Quanti romani conoscono questo mausoleo?

La banda della Polizia Municipale di Roma lo scorso anno ha commemorato i 160° anniversario della morte di Mameli presso il mausoleo al Gianicolo.

Storia de ‘Il canto degli italiani” Il poeta (1) 3/6

martedì, 6 aprile 2010

mameli

Goffredo Mameli (Genova, 5 settembre 1827 – Roma, 6 luglio 1849)

Nato da Giorgio, cagliaritano di origine ed ufficiale del Regno Sardo e da Adelaide Zoagli, un’aristocratica, Gotifredo, come era stato battezzato, visse da sempre in un ambiente liberale tant’è che la stessa madre aveva conosciuto, durante l’adolescenza, lo stesso Mazzini. Frequentò il biennio di retorica presso le scuole degli scolopi, i quali erano piuttosto progressisti, dimostrando grandi capacità, ma non altrettanta disponibilità nel seguire la disciplina, tant’è che una volta, a seguito di una lite con un compagno, incappò in severi provvedimenti per i quali dovette intercedere il padre.

All’università fu attratto dalla giurisprudenza, dopo che gli fu rifiutato l’arruolamento in Marina, ma le sue idee rivoluzionario lo assorbirono quasi completamente e già l causa della liberazione dallo straniero occupò molti dei suoi componimenti. Quando cominciò a frequentare nel 1847 la Società Entelema, una associazione culturale, venne in contatto con molti mazziniani tra cui lo stesso Nino Bixio. Con il tempo divenne segretario della società e partecipò a molti cortei nei quali si invocava la libertà di stampa o si celebravano alcune ricorrenze o personalità come quella di Giovanni Battista Balilla che tirò dei sassi ai soldati asburgici che stavano prendendo un cannone, lo stesso Balilla di cui si fa accenno nell’inno e che di cui si appropriò il fascismo per identificare la propria gioventù. Per l’insurrezione di Milano (18 marzo 1848), Mameli partì subito guidando un battaglione di trecento uomini e si recò, con il suo luogotente Bixio, anche a Pavia, Parma, Mantova. La libertà di movimento che egli aveva non essendo arruolato nell’esercito regolare fu dovuta al fatto di aver eluso il servizio di leva con una pratica in voga allora: le classi abbienti potevano, infatti, inviare del denaro e farsi sostituire. Nel caso di Mameli, al suo posto, fu preso Fedele Vitale Scrivante. (continua…)

Storia de “Il canto degli italiani” - Inno 2/6

martedì, 2 marzo 2010

“Il canto degli italiani”, come venne chiamato dal genovese Goffredo Mameli, fu scritto nel 1847 e musicato da un suo concittadino, Michele Novaro. La data ufficiale della sua prima rappresentazione è quella del 10 dicembre, ricorrenza della cacciata degli austriaci da Genova e sebbene fosse stat scritto a Torino fu intonato, poi, anche durante i moti insurrezionali di Milano (18-23 marzo 1848) e Venezia.

Il manoscritto originale viene oggi conservato presso l’istituto mazziniano del Comune di Genova mentre quello inviato al M° Novaro perchè venisse musicato si trova al Museo del Risorgimento di Torino e riporta la data del 10 novembre dello stesso anno.

Mameli aveva vent’anni quando ne scrisse i versi, Novaro venticinque quando compose la musica. L’inno venne subito accolto e cantato spontaneamente in tutta Italia.

Toscanini ne diresse un’esecuzione il 25 luglio 1915 durante una manifestazione interventista a Milano e nel tempo questo si perpetrò tra le linee della Prima Guerra Mondiale.

Il fascismo inizialmente lo tollerò e poi finì con l’osteggiarlo. Solo dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 l’inno tornò in auge e si sentiva cantare con “Bella Ciao” e “Fischia il vento” nelle zone di guerriglia partigiana.

Nel 1945 sempre il M° Toscanini eseguì da Londra l’”Inno delle Nazioni” di Giuseppe Verdi con l’orchestra della NBC, inno che includeva, in rappresentanza dell’Italia, non la “Marcia Reale” dei Savoia, ma l’inno di Mameli. Il problema di avere un inno che rappresentasse, poi, veramente tutta l’Italia, apparve maggiormente nel momento in cui la monarchia volgeva al suo termine e l’inno sabaudo sembrava quanto mai inappropriato. Il primo governo democratico utilizzò “La leggenda del Piave”, ma il 14 ottobre del 1946 l’inno di Mameli ebbe la meglio addirittura sul “Va’ pensiero di Verdi”

Seguiriono le istituzionalizzazioni di alcuni cerimoniali: nelle celebrazioni quotidiane si può omettere l’introduzione dell’inno e suonare solo le prime otto battute, i reparti militari devono rimanere fermi e presentare le armi, mentre gli ufficiali assumono la posizione dell”Attenti’.

Storia de “Il canto degli italiani, ovvero Fratelli d’Italia” 1/6

lunedì, 1 febbraio 2010

Tutte le bande e le orchestre eseguono in particolari situazioni istituzionali, di rappresentanza o sportive l’Inno nazionale, ma quanti esecutori, che a volte lo eseguono con assai poco trasporto, ne sanno la storia? Proviamo a darne in più puntate degli accenni storiografici su coloro che fecero la storia del Risorgimento italiano, intanto partiamo dal testo che non tutti conoscono.

Fratelli d’Italia,

l’Italia s’è desta,
dell’elmo di Scipio
s’è cinta la testa.
Dov’è la vittoria?
Le porga la chioma,
che schiava di Roma
Iddio la creò.

Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò! (1)

Noi fummo da secoli
calpesti, derisi,
perché non siam popolo,
perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
bandiera, una speme:
di fonderci insieme
già l’ora suonò.

Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò!

Uniamoci, amiamoci,
l’unione e l’amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore.
Giuriamo far libero
il suolo natio:
uniti, per Dio,
chi vincer ci può?

Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò!

Dall’Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano,
Ogn’uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d’Italia
Si chiaman Balilla,
Il suon d’ogni squilla
I Vespri suonò.

Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò! (2)

Son giunchi che piegano
Le spade vendute:
Già l’Aquila d’Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia,
Il sangue Polacco,
Bevé, col cosacco,
Ma il cor le bruciò.

Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò!
Sì (cantato) (3)

  1. Scipio è Publio Cornelio Scipione l’Africano che sconfisse nella Seconda guerra punica del 202 a.C. I cartaginesi.

  2. Nelle strofe sopracitate si rievocano quattro importanti avvenimenti storici: 1° la Battaglia di Legnano del1176 quando la Lega Lombarda sconfisse Barbarossa, 2° il capitano Francesco Ferrucci morì ucciso da Maramaldo per la difesa della repubblica di Firenze messa sotto assedio da Carlo V, 3° Giovanni Battista Perasso, detto Balilla, si mise in evidenza contro gli austriaci a Genova nel 1746, 4° i Vespri Siciliani e l’insurrezione antifrancese del 30 marzo 1282.

  3. L’ultima strofa si riferisce all’Austria che servì di truppe mercenarie e che si unì alla Russia nella repressione dei popoli sottomessi.